I miei primi tredici anni, una sequela di eventi estranei alla
realtà e al pensiero di oggi, che presto diventeranno estremi
e drammatici. Da quando, tanta è la miseria, che i bambini
vengono a scuola scalzi e ai poveri, che si presentano a torme
in un giorno della settimana, si rovesciano dalla finestra i
rimasugli rinsecchiti del pane. Fino a quando, il 26 luglio del
’44, il Re d’Inghilterra Giorgio VI viene in incognito ad Arezzo
per mirare una brigata di indiani Gurkha incaricati di andare
nella notte a tagliare la testa ad alcune decine di tedeschi, asserragliati
in altrettante buche nella appendice appenninica
di Campriano, che tengono bloccati gli eserciti alleati dal proseguire
per Firenze.
Nello scorrere di questi tredici anni, il duce e il fascismo, l’Impero,
le inique sanzioni, l’alleanza con Hitler, le leggi razziali
e la guerra alla Francia e all’Inghilterra, alla Grecia, alla Russia
e agli Stati Uniti; poi catturato e liberato il duce, firmato
l’armistizio e scappati il Re e Badoglio, arrivano i bombardamenti
a tappeto degli “alleati”, le terribili stragi dei tedeschi,
(alle quali l’autore per due volte è riuscito precipitosamente
a sfuggire) e la resistenza dei partigiani. E alla fine, il fronte di
una furiosa battaglia in cui Pier Lodovico è intrappolato per
dieci giorni e resta coinvolto con l’azione dei Gurkha. Ma poi
arrivano gli Americani e tutto torna normale e appare perfino
bello, anche se in mezzo alle rovine.