(...) in Echi di silenzi ci sono non pochi indizi che, nonostante vengano sempre ad alimentare con coerenza l’humus contestuale di un libro luminoso quanto incandescente e complesso, si lampeggiano in un loro invito alla leggibilità in chiave metaforica;
(...) in Echi di silenzi ci sono non pochi indizi che, nonostante vengano sempre ad alimentare con coerenza l’humus contestuale di un libro luminoso quanto incandescente e complesso, si lampeggiano in un loro invito alla leggibilità in chiave metaforica; non certamente per svelare appieno “il segreto del poeta” (secondo un ammiccamento di Ungaretti), ma per aprire spiragli sul come intendere la parola poetica di Lorè, sul come scoprirla ponendola in rapporto a quell’ipersenso scoccato nella traiettoria della totalità comunicativa, senza però dimenticare che Lorè non pone confini o vincoli all’epifanica libertà del proprio esprimersi.(...)
Rodolfo Tommasi
Con Echi di silenzi Giovanni Lorè continua il viaggio intrapreso nelle due raccolte precedenti Ali di pietra (2007) e Nebbie (2009) alla ricerca di se stesso, delle emozioni riposte negli angoli più segreti del suo animo e della sua memoria. Avvertiamo subito la presenza di un unico filo conduttore, che accomuna le tre opere unite dal medesimo approccio con la realtà, con la quale il poeta si confronta attraverso un continuo gioco metaforico. Gli innumerevoli aspetti del mondo reale si caricano di valenze allusive e simboliche e il paesaggio, filtrato attraverso la sensibilità del poeta, diventa espressione del suo stato d’animo. Ogni sensazione fisica diventa metafora di una vita interiore profondamente sofferta, come nei versi “cerulo cielo dell’estate / per me nero”, oppure “cullano tristezza / le foglie d’autunno”.(...)
Maria Roberta Stratta