(...) Contro l’opinione corrente, è rarissimo che una poesia si presti, o appieno risponda, a una valorizzazione della voce (…). E se ‘udibili’ senza eccessivo rischio snaturante e franoso possono risultare le pagine di (…), o di Alda Merini (con gli improvvisi colpi di frusta visionari, infiammati da sacrale erotismo (…), o di Davide Rondoni, vero ‘cantore’ della percezione e dei suoi dilaganti effetti (…), c’è, però, un solo poeta, oggi, per il quale la vocalità entra a far parte delle condizioni della scrittura stessa, garantendo un’uguale e profonda pregnanza di enunciato e di conduzione tanto alla pagina quanto all’etere: Roberto (Vittorio) Di Pietro. E questo perché la sua vocalità implica un senso peculiarmente spaziale della comunicazione, e lo implica al pari del senso temporale (che con marcatura di valore atemporale si lega pure al pedale metrico) determinante e diffuso nel verso scritto. (Non dimentichiamo che Di Pietro è anche autore di un prezioso contributo saggistico sull’argomento: Fonosimbolismo e vocalità poetica.) (…) In pratica, Di Pietro, al momento di consegnare un frammento della sua opera al pubblico di una platea, qualunque sia il contesto occasionale, ha già mostrato in termini di presupposto (e a ciò non suoni mai estranea la cornice contestuale delle sue epigrafi) quale sia e in che modo vada gestita la funzione di quel che si può chiamare un vero ‘palcoscenico della voce’. E se dovessi rintracciare un’ascendenza allo spirito di tale poesia rodente e corrosiva, ma calda, lirica talvolta da sfiorare una contrazione di elegia, dovrei cercarla nella musica, non nella letteratura: nella commedia madrigalistica di Adriano Banchieri, nel poliedrico Rossini del Viaggio a Reims…
(da: “Tendenze di Linguaggi - Orientamenti di poesia italiana contemporanea”, a cura di Rodolfo Tommasi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2008)